E’ questo un articolo della nostra infaticabile amica  Margherita che con l’ausilio di Roberto ci descrive in chiave umoristica , come allevare inseparabili, non trascurando eventuali “ gioie e dolori” che un allevamento di uccelli ci regala.  M. Capuani

 

 

L'ESTATE DEGLI AGAPORNIS

Lovebirdwatching di città, ovvero l'esperienza di un'allevatrice per caso

 (merito del CIAA...)

di MARGHERITA PILONE

con la collaborazione di Roberto Prandini

 

 

            Tutto è cominciato in un giorno di marzo, quando mi aggiravo tra i negozi di animali, alla ricerca di due amici pennuti che andassero a sostituire i vecchi canarini, morti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, dopo 16 anni di onorato servizio tra il salotto e il terrazzo di casa.

            Che cosa cercavo? Da perfetta incompetente, cercavo semplicemente due piccoli uccelli che mi piacessero e che, soprattutto, non... litigassero fra di loro.

I due defunti canarini avevano infatti passato la vita a rimbrottarsi a vicenda, come una coppia di vecchi coniugi, incattiviti dalla convivenza e dagli anni...

            "Guardi, se vuole una coppia che non litiga, prenda questi" -mi dice il negoziante-: sono inseparabili..."  Guardo e vedo due uccelletti verdi, rosa e blu (poi avrei scoperto essere roseicollis dutch), in una gabbietta da esposizione piccola come un guscio di noce: stavano impettiti sull'unico trespolo e mi guardavano con occhietti vispi e un'espressione da simpatici bricconi. 

            E' stato amore a prima vista e li ho acquistati, non senza essermi prima informata su come evitare che nidificassero, visto che avevo avuto esperienze assolutamente negative con i due canarini, che anche come genitori si erano rivelati peggio di...Erode!

            Giunti a casa in due scatolette di cartone, li ho trasferiti in una gabbia di circa 80x60x150 di altezza, abbastanza spaziosa, anche se non quanto vorrei (lo spazio vitale non è mai troppo!), sistemandola di fronte ad una grande portafinestra, lontano da fonti di calore e da fonti luminose artificiali.

Da allora è iniziato il mio lovebirdwatching ed è cresciuta di giorno in giorno la passione per questi incredibili, dolcissimi giocherelloni.

            Per rendere la "detenzione" dei miei due agapornis il più possibile adeguata alle loro esigenze, mi sono documentata, acquistando i pochissimi volumi esistenti in lingua italiana, scritti da Gianni Ravazzi (è fondamentale, per il benessere degli animali, imparare a conoscerne abitudini ed esigenze, leggendo e imparando da chi è più esperto di noi!).

            Per l'alimentazione mi sono regolata con adeguati miscugli di semi, spighe di panico, grit, osso di seppia, qualche bastoncino al miele e alla frutta esotica (non saranno l'ideale, ma li adorano), pastoncino all’uovo per canarini, verdure e frutta di stagione (le ho provate pressoché tutte e ne apprezzano pochissime, in particolare i legumi con il baccello, piselli soprattutto; i cavoli con il torsolo, fagiolini verdi, mele golden e raramente lattuga); poco graditi anche pastoncini freschi con biscotti e tuorlo d’uovo.

Ho quindi dotato la gabbia di una grande vaschetta esterna per l'acqua (trovata in commercio con il nome di "bagno per merli), nella quale potessero entrare e sguazzare ed ho fornito ogni santo giorno legnetti da scortecciare, soprattutto di pioppo e di salice. Da perfetta incompetente, non sapendo che gli alberi della famiglia dei pruni sono velenose, ho dato per sbaglio qualche rametto di ciliegio e di pesco. Per fortuna il fatto non ha avuto alcuna conseguenza spiacevole, come non l’ha avuta la scorpacciata di ficus benjamina che si sono fatti a mia insaputa per tutto un pomeriggio…

Per consentire loro di distrarsi, ho fornito anche giochi a volontà, tutti quelli che ho trovato in vendita: scalette, catenelle, specchietti, palline, aggeggi su cui arrampicarsi. Devo dire che, da animali molto curiosi quali sono si precipitavano immediatamente a vedere di che cosa si trattasse. Trovo molto interessante il fatto che il gioco non servisse quasi mai a quello cui era destinato: immancabilmente cercavano di trovarne il punto debole e di smontarne il meccanismo.

Particolarmente amata una scaletta i cui pioli erano collegati da bulloncini in plastica: sembrava che si mettessero d’accordo, visto che, come due provetti picconatori, si mettevano di buona lena con i potenti becchi per togliere i bulloncini e far cadere la scaletta. Secondo me se la ridevano tra di loro, mentre aspettavano che gliela rimontassi per ricominciare il gioco, più e più volte.

 

La vita sarebbe per me e per loro continuata così serena e spensierata, se, un giorno di fine aprile, navigando distrattamente nel web, non avessi scoperto il sito del Club Italiano degli Agapornis. Bellissimo, perché non ci avevo pensato prima? Ho stampato tutte le pagine ed ho passato la serata a godermi ogni informazione ed a leggere i consigli di chi senza dubbio la sapeva lunga e soprattutto scriveva di animali con quella passione che capiscono solo coloro che li amano.

 Una cosa mi ha colpita, soprattutto, di quanto ho letto: il fatto che fosse opportuno mettere i nidi, visto che gli agapornis amavano rintanarvisi, indipendentemente dal fatto di deporre o meno le uova.            

Il giorno successivo ero già ad acquistare due nidi, uno verticale più piccolo (quello che il negoziante sosteneva andasse bene per gli inseparabili) ed uno orizzontale, grande come quelli descritti dal Club.

Che gioia i nidi! Se avessero potuto ridere, lo avrebbero fatto volentieri. Dentro e fuori tutto il giorno, un nuovo gioco, finalmente. Quando mi avvicinavo alla gabbia vi si precipitavano con rapidi voli, affacciandosi entrambi dal foro di entrata.

Il nido era sì un gioco, ma era anche, per loro, un evidente richiamo alla natura.           

Contando sul fatto che il buon esito della riproduzione non sembrava così scontato, li ho lasciati fare. Anzi, li ho aiutati, fornendo alla mia piccola roseicollis quantità industriali di legni da scortecciare, fieno ed erba di prato, che lei infilava coscienziosamente nel groppone (mai nel becco) e portava fino al nido prescelto, quello più grande. Non ha mai degnato nemmeno di uno sguardo il materiale sintetico per il nido acquistato nei negozi, preferendo quello naturale.

            E' stato un mese di lavoro e d'amore tra i due, che non perdevano occasione per farsi reciproche tenerezze e per stare a lungo insieme nel nido; lui era dolcissimo: la imbeccava, le dava affettuosi colpi di becco sul capo, la proteggeva,  la avvisava se lei era nel nido quando mettevo rametti da scortecciare (ma dove li "vendono" degli uomini così?).

            Nonostante non avessi mai osservato un accoppiamento, (ho concluso che sono avvenuti o di prima mattina o nelle ore... d'ufficio),  il 4 giugno la femmina ha deposto il primo uovo, seguito da un secondo il 6 giugno, un terzo il 7, un quarto il 9 ed un quinto l'11 giugno.          

Ormai l'avventura era cominciata e si trattava solo di vedere come sarebbe andata a finire.

Non ho messo in atto alcun intervento per favorire la schiusa delle uova (avevo letto nel sito che uno dei problemi principali poteva essere la carenza di umidità), lasciando che la natura facesse il suo corso. C'è da dire che la gabbia era sistemata all'esterno, in terrazzo, ed ha potuto usufruire dell’umidità estiva della pianura padana; quotidianamente ho comunque messo a disposizione della femmina rametti freschi ed erba, con i quali ha continuato ad imbottire il nido; ho inoltre sempre lasciato acqua pulita nelle vaschette, nelle quali però non l'ho mai vista bagnarsi veramente.

Praticamente i due hanno fatto insieme la cova, visto che anche il maschio é quasi rimasto sempre nel nido o nelle sue vicinanze, a portare cibo e conforto.

            Poi, al di là di ogni aspettativa, il 27esimo giorno dalla deposizione, sabato 30 giugno, é nato  il primo piccolo, un frugolino minuscolo coperto di piumino rosato; il secondo uovo si é schiuso il 1° luglio, il terzo il 2 luglio ed il quarto il 5 luglio. Il quinto uovo non si è schiuso, ma anch'esso era comunque fecondato.

            I primi giorni dopo la nascita se ne stavano tutti nel nido, maschio, femmina e piccoli e l'impressione era che non venissero nutriti.

SOS CIAA: risposta immediata del Club, che mi ha tranquillizzata. In effetti i piccoli venivano alimentati adeguatamente, bastava pochissimo cibo, cui provvedeva il maschio, che si serviva soprattutto di mela, pastoncino all'uovo e acqua per preparare quello che viene chiamato latte di pappagallo. I piccoli venivano nutriti  per circa 13 ore al giorno, dalle sette di mattina alle otto di sera, quando, dopo  l'ultima imbeccata, la femmina usciva dal nido  e si dedicava, finalmente, ad un breve momento di svago prima del sonno (cibo, bagno, scortecciatura legnetti,  ecc.).

Tutto sembrava avviarsi verso un normale mènage, quando é accaduto il fattaccio: il maschio é fuggito, forse dallo sportellino del nido, forse da quello allentato della vaschetta del bagno.

Dramma in famiglia: che si fa? Si scrive al Club.

Ancora una volta risposta tranquillizzante: non fate nulla, la femmina, dopo un primo momento di smarrimento, seguirà l'istinto e si dedicherà ai suoi pullus.

Così in effetti é stato: la mia piccola roseicollis si é rivelata un'ottima nutrice e, nonostante la mia apprensione ed alcuni suoi cedimenti, ha cresciuto tre piccoli forti e robusti (il quarto purtroppo non ce l'ha fatta, é nato troppo tardi rispetto ai primi e nel momento sbagliato).

Ho quindi potuto seguire con gioia tutte le fasi di sviluppo dei nidiacei: l’apertura degli occhi verso il dodicesimo giorno, la comparsa dei primi spuntoni delle penne verso il sedicesimo, il rapido ricoprirsi di piumino, che da rosa è divenuto color petrolio, il comparire delle prime penne colorate attorno al ventesimo giorno…

Soltanto verso il mese di vita dei pullus ho temuto che non ce la facessero: la madre era particolarmente distratta, li lasciava pigolare a lungo nel nido, non consumava cibo; forse azzardatamente, ma non senza il consiglio e il supporto del CIAA, ho aiutato mamma roseicollis, dando imbeccate aggiuntive ai pulcini, un semplice miscuglio di acqua e farina di riso e di cereali.

Se qualcuno pensa che sia semplice imboccare i piccoli, si sbaglia di grosso. Al primo tentativo la mistura è finita ovunque, tranne che nei piccoli becchi protesi. Poi ci sono riuscita e per quattro giorni ho dato qualche imbeccata in più ai piccoli rispetto a quanto fornito dalla mamma roseicollis.    

Mamma che non ha mai dato segni di insofferenza al mio incerto intervento: mentre nutrivo i piccoli, se ne stava a guardare su un altro trespolo, per poi ritornare tranquillamente nel nido.

Tra un'apprensione e l'altra, finalmente i nuovi agapornis sono cresciuti e, attorno al 35° giorno di vita, si sono affacciati al nido. Non posso dire che siano stati precoci, visto che ne sono usciti a 43 giorni compiuti; però -e me ne sono stupita- hanno cominciato subito a mangiare da soli, senza più chiedere cibo alla madre dal giorno stesso in cui hanno lasciato il nido (dopo una sola settimana sapevano anche sbucciare il girasole); talvolta però si imbeccati tra di loro.

E’ curioso anche il fatto che abbiano cambiato nido, abbandonando quello grande e imbottito per rifugiarsi in quello piccolo, verticale, dove stanno ammassati, ma evidentemente soddisfatti. Ho notato che si stanno anche creando delle gerarchie (c’è chi può beccare per primo e chi no) e delle simpatie fra di loro.

Svolazzano, giocano, si arrampicano, scortecciano legnetti, si divertono particolarmente, in questo periodo,  a ripulire pannocchie fresche di granoturco.

E stanno gradualmente assumendo le sembianze della madre: i becchi da scuri diventano carnicini, le piume della testa e del collo da color petrolio diventano bianco-rosate.

 A due mesi e mezzo compiuti stanno ancora tutti e tre con la mamma, ma dovrò prima o poi, con dispiacere, decidermi a separarli, anche se sembrano, per ora, andare in perfetto accordo.

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Che dire in conclusione? Che è stata per la nostra famiglia una bellissima esperienza, tenera, vitale, arricchente. Amo gli agapornis per la loro incredibile carica di simpatia e di allegria.

Ed ho una volta di più  confermato la mia convinzione: che per vivere con degli esseri viventi (umani compresi)  ci vogliono fondamentalmente tre requisiti: amore, rispetto e molta…  pazienza.